20/11/09

Ricomincio da capo

Da Paese delle opportunità, a Paese di “sfrattati”. Ieri sui tavoli delle redazioni di giornali e tiggì è arrivato un nuovo diluvio di dati sull’economia made in Usa. E - tanto per (non) cambiare - è stata l’ennesima doccia gelata. E infatti: secondo la Mortgage bankers association - uno dei rami della Confindustria delle banche a stelle e strisce - le famiglie americane con un mutuo (per comprare casa) sul groppone sono circa 52 milioni. E - tra luglio e settembre - una su dieci (per la precisione il 9,6%) ha avuto qualche difficoltà con i pagamenti. Ovvero: non è riuscita a pagare almeno una rata. E una su venti (il 4,5%) la casa se l’è vista proprio pignorare. Per cui e totale totale: poco meno del 15% di chi ha un mutuo - qualcosa come 7,4 milioni di famiglie - sta rischiando di perdere casa. Oppure l’ha già persa.

Numeri che hanno avuto un bel po’ di spazio sulle pagine dei principali quotidiani a stelle e strisce (“New York Times” e “Washington Post”, per esempio). Sanno di mezza catastrofe. E fanno tanto déjà vu. Perchè - per la cronaca e per chi non se lo ricordasse - la crisi, che ormai ha più di un anno di vita, proprio da lì era partita. Dagli Stati Uniti e dai famigerati mutui subprime. Ovvero e come si ricordava tempo fa sulle pagine di questo blog:

(…) partiamo non da una, ma da tre premesse. Primo: che sono ’sti benedetti mutui subprime di cui si parla - pure sulle Cnn e i New York Times de’ noantri - da ormai un anno e rotto? Beh, semplice: mutui concessi a clienti “al di sotto dell’ideale” (questo è il significato italiano della parola subprime). Cioè mutui concessi a persone che non avevano tutte le carte (e i redditi) in regola per chiedere un prestito e comprare casa. Punto secondo: negli ultimi anni, finanziarie e banche Usa di questi mutui - che potremmo definire eufemisticamente non proprio “sicuri” - ne hanno fatti a pacchi. E infine e punto terzo: per farla semplice e stare sul punto - cioè i mutui - si potrebbe dire che a fare da detonatore della crisi sono stati proprio loro, i clienti subprime. Che hanno smesso di pagare le rate, mandando in tilt le banche.

Domanda: ma almeno, da quando fallì Lehman Brothers - crac che, a settembre 2008, fece esplodere la crisi - la situazione è migliorata? Risposta: assolutamente, no. Solo i pignoramenti - nell’ultimo anno - sono aumentati del 150%. Problemuccio che - per altro - era assolutamente prevedibile. Perchè come si era permesso di osservare sempre chi scrive e sempre tempo fa (cioè la scorsa primavera, prendendo spunto da un’inchiesta del New York Times):

Questa sorta di “dance macabre” dei mutui rischia di concedere una replica. Motivo: la crisi economica scatenata dai mutui subprime - negli Stati Uniti - ha già distrutto qualcosa come 5,7 milioni di posti di lavoro. Conclusione (fin troppo logica): sempre più clienti delle banche che una volta erano “prime” - cioè avevano carte e redditi in regola per chiedere prestiti - ora non lo sono più. Perchè sono stati licenziati. E quindi: neppure loro riescono più a pagare il mutuo. Quanti sono questi clienti “prime” in difficoltà? Beh, non proprio una bazzecola. Sempre secondo un’analisi condotta dal New York Times (su dati forniti dalla società di consulenza, First American CoreLogic): i mutui “prime” che erano in ritardo con le rate o che si erano già conclusi con il classico pignoramento della casa erano - a febbraio 2009 - ben 1,5 milioni. Cioè, solo 150mila in meno dei famigerati subprime.

Nulla di nuovo sotto il sole, insomma. Il problema - negli Stati Uniti e non solo negli Stati Uniti - era e resta la disoccupazione che non rischia solo di far perdere casa a centinaia di migliaia di famiglie. Ma anche di mettere nuovamente in difficoltà le banche che hanno concesso i mutui. E di far finire kappao tanto le casse dello Stato (che sono già alle corde, come ha ricordato questa settimana anche “The economist”); quanto l’intero piano congegnato dal governo del presidente Barack Obama.

Quell’indefinibile guazzabuglio di misure messe a punto dalla squadra di Obama, infatti, poggiava e poggia su tanti mattoncini. In primis i provvedimenti salva-banche (Tarp e quel che resta del Ppip). Poi un maxi-pacchetto di stimolo per l’economia reale (aziende e famiglie) da 700 e passa miliardi di dollari. E infine una serie di stress test che hanno certificato che le banche salvate erano effettivamente in buona salute (senza per altro che molti degli addetti ai lavori ci abbiano creduto più di tanto). Ma a tenere in piedi tutto - come una chiave di volta - erano alcuni numeri. Tra cui, appunto, quelli - previsti - sulla disoccupazione. Che si sono rivelati - assolutamente - sballati.

In pratica: la squadra economica di Obama - quando ha messo a punto le dimensioni dello “stimolone” (i 700 e passa miliardi di dollari di cui sopra) e ha fatto gli stress test per verificare la solidità delle banche - ha anche detto: tutto questo funziona, se il tasso di disoccupazione quest’anno si ferma all’incirca al 9%; e arriva - esagerando - al 10 e rotto per cento l’anno prossimo. Sfortunatamente per loro, però - già oggi, a ottobre 2009 - la percentuale di chi il lavoro l’ha perso per davvero è arrivata 10,2%. In pratica: lo “stimolone” - che secondo Obama dovrebbe creare milioni di posti di lavoro - non ha stimolato abbastanza. Oppure: chi ha fatto i conti, ha guardato alla realtà con gli occhiali rosa dell’ottimismo.

E adesso? E adesso - anzi nel 2010 - ai guai sui mutui subprime (quelli, per capirci, dei pezzenti) e prime (quelli delle persone normali), si aggiungeranno anche quelli su negozi e uffici (Commercial mortgage backed securities). Cioè - e per farla semplice - i prestiti fatti dalle banche ai costruttori di grattacieli, uffici e centri commerciali. Prestiti che - secondo alcune stime pubblicate del Financial Times nel giugno scorso - ammontavano a circa 3,4 trilioni di dollari. Che non sono come i fantastilioni zio paperone. Ma circa 3.400 miliardi (sempre di dollari).

Diceva giusto ieri il nostro ministro delle Finanze, al secolo Giulio Tremonti, mentre era in visita a Pechino: “Un’altra crisi è dietro l’angolo, abbiamo guadagnato tempo, non risolto i problemi, perchè resta nelle banche una massa enorme di finanza fuori controllo”. E proponeva - a una platea di funzionari del partito comunista cinese - il suo progetto di adottare nuove regole per la Finanza mondiale. Forse il nostro ministro ha ragione. E nuove regole sarebbero un toccasana. Ma forse - e a proposito di regole - varrebbe anche la pena chiedersi: ma ha senso un sistema economico che fa volare le azioni in Borsa - come sta succedendo ora - quando un’azienda licenzia o comunque riduci i costi del personale, mentre di lavoro ce ne sarebbe bisogno come del pane? In altre parole: ma tutto questo ha senso; e anche se ce l’ha, può davvero stare in piedi?

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