25/02/10

Da Romani a Google: l'Italia verso la Cina?


Non è un paese per Internet. Questo s'era capito. Mettete insieme una classe politica interessata a mantenere i suoi privilegi, economici ed affaristici, e un corpus normativo obsoleto e palesemente inadeguato ad arbitrare un tessuto sociale avanti anni luce: questa è l'italia di oggi.

La sentenza di ieri, che condanna tre manager Google al carcere per via di un video caricato, da altri, su Youtube, fa il giro del mondo e anima la blogosfera e le diplomazie. L'ambasciatore americano si accorge finalmente di come siamo messi male e ci manda a dire che così non va. Google trasecola, credeva di avere questi problemi solo a Pechino, e ci manda a dire che così non va. Il New York Times ha perso ogni remora ad infilare sistematicamente le parole Italia e Cina nel corpo degli stessi articoli, perché è evidente che così non va.

Togliamo i fondi alla banda larga - unico, il nostro, tra i paesi europei - proprio mentre l'Europa la dichiara un diritto legale; facciamo causa a YouTube per centinaia di milioni di euro perché vi si possono trovare spezzoni di televisione spazzatura che sono già andati in onda, privi dunque di qualunque valore economico; cerchiamo di vessare l'informazione libera in ogni modo, grazie ai disegni di legge di fini legislatori quali la Carlucci, D'Alia, Barbareschi e tanti altri esperti di rete, guidati da un presidente che sa raccontare barzellette ma non sa fare una ricerca su Google - il che oggi, effettivamente, equivale ad una barzelletta; cerchiamo di equiparare i videoblogger e chi carica i filmini delle vacanze a un editore televisivo del calibro di Mediaset e Rai, con tutti gli obblighi e la burocrazie che ne conseguono. C'è di che sprofondare e nascondere la testa sotto al mausoleo di Arcore per i giorni a venire.

La vittima, il grande agnello sacrificale che non servirà tuttavia a redimere nessuno, si chiama Net Neutrality: il principio invalso nel legislatore europeo secondo il quale il patrimonio di connessioni e dispositivi che chiamiamo Rete è un mezzo, uno strumento che mette in collegamento le persone e non può essere piegato a interessi particolaristici, deve essere a disposizione di tutti in egual misura e, soprattutto, non può essere messo sotto accusa. Non serve una misura normativa per Internet, non più di quanto serva per la telefonia tradizionale, per una coppia di walkie-talkie, per il tam tam o per un sistema ingegnoso di segnali di fumo. La responsabilità di un mezzo è tutta in chi lo usa, viceversa colpevolizzare lo strumento significa impedirgli di essere utile ad altre persone che ne fanno un uso positivo.

I social network sono strumenti, non soggetti giuridici. Dobbiamo incentivare la cultura della rete, insegnare agli italiani ad essere cittadini digitali, pienamente consapevoli del mezzo, delle sue potenzialità e degli strumenti di controllo che offre, in maniera autonoma e indipendente. Non serve un sms di stato che avverta tua moglie quando visiti un sito a luci rosse: basta avviare un software incluso nelle più recenti versioni dei più noti sistemi operativi, e il pericolo educativo sarà in massima parte scongiurato. Casomai, saranno papà e mamma a vedersela con i loro ragazzacci, non Romani.

Il risultato di questa sentenza internetticida, se dovesse passare in giudicato, sarà che nel nostro paese l'offerta di servizi di condivisione video sarà a rischio. Su YouTube, in Italia, vengono caricate 20 ore di video ogni minuto. Avete idea di quali costi dovrebbe sostenere Google per visionare in tempo reale tutto il materiale prima di abilitarlo? E quand'anche fosse disposta a spendere cifre da capogiro per il personale necessario - cosa che incentiverebbe non di poco l'innovazione - quanto tempo ci vorrebbe? Il tempo sufficiente a far invecchiare una notizia o l'attualità di un contenuto video. In altre parole, un freno ulteriore e fattivo all'appetibilità dell'informazione libera che sfrutta la condivisione video. E poi: chi decide cosa è ammissibile e cosa no? Uno staff? Sulla base di quali criteri? Combattiamo la censura di stato per istituire de facto quella esercitata legalmente dagli intermediari della comunicazione?

La situazione sta rapidamente precipitando. Di questo e di altro parleremo a Firenze, l'11 marzo, presso il circolo Arci di via S. Bartolo a Cintoia, 95, dalle ore 20,45 in poi. Byoblu.Com, Qui Milano Libera, Popolo viola di Firenze, Grilli Firenze e Paolo Papillo promuovono il secondo convegno del ciclo "Libero Web in Libero Stato", dopo il successo del primo incontro di Milano.
Tra i relatori Guido Scorza, Claudio Messora, Luca Neri, il senatore Vincenzo Vita e molti altri, moderati da Piero Ricca.

Fate il possibile per non mancare.

Fonte articolo

Stop al consumo di territorio
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