10/04/10

Il mondo chiude gli occhi sul genocidio in Congo


Il colosso petrolifero francese Total ha annunciato di aver realizzato nella Repubblica democratica del Congo un progetto di esplorazione che permetterebbe l’estrazione di quasi 300 milioni di barili di petrolio non ancora utilizzati. A renderlo noto è stato il direttore dell’Africa Total, Jacques Marroaud de Grottes, secondo cui il progetto sarà sviluppato a partire da pozzi situati al nord del campo di Moho-Bilondo, il più importante giacimento in funzione, che ha permesso di aumentare del 35% la produzione nazionale congolese, stimata a 256.000 barili al giorno.

La Total ha realizzato attualmente “una produzione di più 80mila barili di greggio grazie all’esplorazione del campo Moho Bilondo” ha affermato de Grottes, che non ha celato l’entusiasmo per lo straordinario potenziale petrolifero ancora da sfruttare in Congo.
Secondo il ministero congolese degli idrocarburi, “la Rdc presenta diverse opportunità di trovare petrolio in grandi quantità attraverso le sue enormi riserve provate e presunte nella “cuvette centrale”, nel mare e nel Graben”.

Il Nord e Sud Kivu sono ricchissimi di diamanti, stagno, oro, rame, petrolio, carbone, uranio e zinco. Senza dimenticare gli ormai sfruttati giacimenti di coltan, nobio e cobalto, essenziali per le industrie nucleari, chimiche, aerospaziali e della difesa. Risorse minerarie che hanno attirato l’attenzione e l’avidità dei grandi della terra – Stati Uniti e Cina in primis - che cercano in tutti i modi di accaparrarsi le simpatie del governo di Kinshasa a suon di soldi.

C’è poi chi – Washington – cerca di ottenere il prezioso bottino nascosto nel sottosuolo congolese armando e finanziando i ribelli, che poi infieriscono sulla popolazione locale, ormai allo stremo delle forze. Il tutto per mantenere il Paese destabilizzato e giustificare l’ormai ingombrante presenza dei caschi blu della missione Monucche tutto fanno tranne che difendere i civili - e depredare il Congo delle sue risorse nel caos della guerre civile.

È notizia di questi giorni che l’Esercito della Resistenza del Signore, ribelli dell’Uganda, per quattro giorni, tra il 14 e il 18 dicembre 2009, ha razziato una decina di villaggi nella zona di Makombo, nel nord del Congo, uccidendo come bestie più di 300 persone. Il fatto, divenuto di dominio pubblico dopo ben tre mesi dalla strage, è uscito fuori grazie all’inchiesta lanciata dall’ong umanitaria Human right watch. L’Onu, sotto pressione, non ha potuto che confermare la mattanza.

Un massacro che fa accapponare la pelle al solo leggere i dettagli del rapporto dell’Hrw: gli uomini sono stati legati agli alberi e poi massacrati a colpi di machete; ad altri è stata spaccata la testa con l’accetta e bastoni di legno. Le donne sono state prima violentate e poi decapitate. Crudeltà che non ha risparmiato neppure i bambini. Una bambina di soli 3 anni è stata arsa viva. Molti bambini sono stati costretti ad uccidere altri bambini che disubbidivano agli ordini dell’Lra. I piccoli sono stati poi costretti a formare un cerchio attorno alla vittima e a bastonarla fino a quando non crollava in una pozza di sangue.

Un orrore che è stato compiuto nella più totale tranquillità. Le forze di pace dell’Onu erano infatti troppo impegnate a difendere i giacimenti dei preziosi minerali per poter accorrere a porre fine ad uno dei più mostruosi massacri che siano stati mai compiuti nel Congo.

Sono ben sette milioni i congolesi morti nella guerra civile, ma nessuno ne parla. Tutti chiudono gli occhi su quanto sta accadendo in Congo. È l’Africa e a nessuno importa se qualche “negro” muore.

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