10/04/10

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“In Bialetti Industrie la responsabilità sociale è un valore che fa parte della cultura aziendale, condiviso uniformemente a qualsiasi livello. La Corporate Social Responsabilità (e che è?, NdA) è perciò un asset “tangibile” che si evolve in tempo reale con formule innovative e partner importanti. La centralità delle risorse umane ed il forte legame con il territorio ne sono le espressioni più visibili, attuate con azioni volte a migliorare la qualità dell’ambiente interno ed esterno all’azienda”. Così non parlò Zarathustra, anche se il linguaggio - un tantino astruso - magari ricorda qualche pagina infelice di un manuale di filosofia (quelle, per capirci, che ai tempi del liceo ti fanno pensare a una supercazzola). No, così si presenta - sul suo sito internet - la Bialetti. L’industria del tenero omino coi baffi dei caroselli d’antan. Quella che il caffè di casa è anche più buono che al bar.

Belle parole sulla cosiddetta “responsabilità sociale d’impresa”, quelle vergate da chi segue la comunicazione per Bialetti.

Davvero.

Peccato che giusto questa settimana i dirigenti della “omino coi baffi”, siano andati nello storico stabilimento di Crusinallo (frazione di Omegna, in Piemonte), per portare una notizia di quelle non troppo liete. Secondo il quotidiano “La Stampa”: i sindacati pensavano di dover discutere di una trentina di licenziamenti. Ma sempre secondo “La Stampa”: i dirigenti hanno annunciato la chiusura dell’intera fabbrica e il trasferimento della produzione nei Paesi dell’Est, dove la Bialetti ha già stabilimenti in Romania e Turchia. E ancora secondo “La Stampa”: l’annuncio è stato dato in maniera un po’ spiccia, ed è durato in tutto quattro minuti d’orologio. E alcuni operai si sono pure messi a piangere. Perché - alla faccia della centralità delle risorse umane e del legame con il territorio - c’è modo e modo di comunicare non solo la propria fede nella “responsabilità sociale di impresa”, ma anche i licenziamenti di massa. E questo - forse - non è stato il modo più felice.

Modi di comunicare - o “scomunicare” a parte -, la fuga di Bialetti dall’Italia, purtroppo, è un caso tutt’altro che isolato.

Negli ultimi dodici mesi - complice la crisi - si è assistito a un vero e proprio fuggi fuggi. Yamaha ha annunciato la chiusura del proprio stabilimento di Lesmo, in provincia di Monza, per concentrare la propria produzione in Spagna. Nokia-Siemens - quella dei telefonini - ha spiegato di voler ridurre il carico di lavoro nei suoi centri di ricerca di Milano (a Cinisello e Cassina de’ Pecchi) per trasferirlo in India e Cina. Telecom, “3″, Fastweb e Sky hanno fatto armi e bagagli e portato i loro call center in mezzo Europa (Albania, Romania e Turchia) e perfino in Sudamerica (Argentina). Anche perché l’italiano non si parla solo in Italia; i “telefonisti” fuori dal Belpaese costano meno; e i clienti pare non si lamentino più di tanto. Perfino Fiat - un tempo bandiera dell’italica industria - ha deciso di chiudere il suo stabilimento siciliano di Termini Imerese e di aprire una nuova fabbrica in Serbia.

E questo solo per citare le aziende più famose. E le notizie, per così dire, più clamorose.

Forse: prendersela con le aziende che hanno deciso di far su baracca e burattini, in alcuni casi, è anche giusto (tanto per non far nomi: la Fiat che per anni ha goduto - in Italia - di aiuti diretti e indiretti; per poi reinvestire i suoi danari, in buona parte, all’estero). Ed in effetti: è quello che hanno fatto molti lavoratori, protestando in tutti i modi possibili e immaginabili. Del resto: manifestare con striscioni e fischietti, in questo inizio millennio, non basta più. Come minimo bisogna salire su un tetto o “rapire” un dirigente, anche di seconda fila. Questo copione - fatto di lavoratori sui tetti o manager asserragliati negli uffici - quest’anno è andato in scena più volte. Ma è servito - va detto - a poco.

Chi voleva - o doveva, per ragioni di bilancio - chiudere o delocalizzare lo ha fatto. Come Fiat, appunto, o i giapponesi della Yamaha.

E poi - va anche detto - la lista dei colpevoli (veri o presunti tali) è lunga. Ci sono, sì, le imprese ad alto tasso di (ir)responsabilità sociale. Ma ci sono anche i Paesi come la Cina che ci fanno “concorrenza sleale” (come amano ripetere, da Bossi in giù, un po’ tutti i leghisti; leghisti che però i gadget verde padania se li fanno fare, ohibò, proprio a Pechino e dintorni; perchè, sai com’è, costano meno e la coerenza non è di questo mondo). E secondo qualcuno c’entrerebbero qualcosa pure certe scelte scellerate della Unione europea. Che ha deciso di aiutare le economie emergenti (quelli a Est) a tutto danno delle “economie mature” (inzomma: quelle de’ noantri).

Tutto - per certi versi - anche giusto. Ma, domanda: servirà davvero a qualcosa tenere aggiornata questa lista dei “cattivi”? Risposta: forse sì, forse no. Sicuramente: tirare la croce addosso a qualcuno è facile. Un po’ più difficile, invece, è cercare di capire perché le aziende - e non da oggi - stanno mollando il nostro (ex) Belpaese. E vedere se e cosa si può fare per cercare di invertire la rotta.

Per dire: c’entrerà forse qualcosa la corruzione che in Italia obbliga le imprese a mettere i rapporti con la politica, come dire?, in conto spese? E i tempi della giustizia? Il fatto che recuperare un credito certo implichi tempi assolutamente incerti, per non dire biblici, non ci azzeccherà un tantino? E certi professionisti - vedi i Perry Mason de ‘noantri - cari come gli ori di Cartier? E le cosiddette infrastrutture - vedi, per esempio l’eterno cantiere della autostrada Salerno-Reggio Calabria - un po’ carenti?

Anche qui la lista sarebbe lunga. Potrebbe - tante volte - cominciare a stilarla quel governo guidato dall’imprenditore di sè stesso, Silvio Berlusconi da Arcore. Certo: la cosa ruberebbe tempo a quella che - per il nostro primo ministro - è la vera priorità oggi: quella riforma della Costituzione di cui si discute “solo” da una quindicina d’anni. Ma ecco - tra un botta e risposta sul doppio turno e il semipresidenzialismo-alla-francese-ma-anche-no - dedicare un po’ di energia a lavoro e stipendi non sarebbe una cattiva idea. Certo: discutendo di futuro, lettori ed elettori potrebbero anche rischiare di capire che le sfide che ha di fronte l’Italia non sono facili. E che per vincerle, potrebbero volerci anche scelte impopolari. Ma a modesto parere di chi scrive, questo rischio varrebbe la pena correrlo.

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