25/08/10

Bossi, Montedison e quella tangente di cui nessuno sapeva nulla


All’epoca di Mani Pulite anche la Lega si intascò una discreta sommetta: duecento milioni, che sparirono misteriosamente dalla sede del Carroccio. Cosa accadde veramente?

Due immagini, l’una l’opposto dell’altra, , raccontate da Adalberto Signore ed Alessandro Trocino nel loro Razza Padana, testimoniano il contraddittorio rapporto della Lega Nord con il fenomeno Mani Pulite. La prima è una foto che ha fatto il giro del mondo, e ritrae l’allora onorevole Luca Leoni da Orsenigo che sventola un cappio da impiccagione verso l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato, mentre sta replicando nel dibattito sulla questione morale seguita allo scoppio di Tangentopoli: “Ladri, ladri”, urlano i leghisti insieme agli allora fiancheggiatori del Movimento Sociale Italiano verso democristiani, socialisti e tutti gli altri responsabili di un sistema che sta crollando sotto i colpi delle inchieste di Mani Pulite. La seconda immagine risale ad appena nove mesi dopo, e ritrae il segretario della Lega Umberto Bossi che si presenta alla procura di Milano sventolando un assegno da duecento milioni. Li vuole restituire, dice, perché la Lega non fa di queste cose. Che cosa?

 Bossi, Montedison e quella tangente di cui nessuno sapeva nullaBOSSI PURO E DURO? – Ma incassare tangenti dalla Montedison, che diamine. Alessandro Patelli, ex tesoriere dei lumbard è stato arrestato il 7 dicembre 1993 e dopo due giorni di carcere, davanti ad Antonio Di Pietro e al gip Italo Ghitti per oltre tre ore ha confessato quella macchia nera nella coscienza della Lega: 200 milioni incassati dalla Ferruzzi per le elezioni 1992. Patelli ammette di avere conosciuto sia Carlo Sama, amministratore delegato della Ferruzzi, sia Marcello Portesi, l’ambasciatore della famiglia ravennate nel mondo politico. Alle 22.05 l’ex tesoriere e segretario organizzativo della Lega lascia la prigione per gli arresti domiciliari. In silenzio, lo sguardo fisso sull’ asfalto, sale su una delle sette auto di “militanti leghisti” che “proteggevano” l’ uscita. I cronisti sussurrano indiscrezioni su indiscrezioni sul contenuto dell’interrogatorio, ma soprattutto si fanno domande su domande. Cosa ha raccontato ai giudici? Quali personaggi ha coinvolto? E, soprattutto, e’ stato fatto il nome di Bossi?Bossi? Ci mancherebbe altro, no!” esclama l’ avvocato Andreoni, terrorizzata per l’ assedio dei giornalisti, come racconta il Corriere dell’epoca.

RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI – Passano altri tre giorni e davanti ai militanti riuniti ad Assago, Patelli fornisce la sua versione dei fatti: “Portesi (responsabile dei rapporti dei Ferruzzi con la politica, ndr) mi telefonò per darmi un appuntamento al bar Doney di via Veneto a Roma. Io non sapevo dove fosse, nemmeno conosco Roma. Mi diede una busta, erano duecento milioni, non mi disse nulla: mai visti tanti soldi tutti assieme. Preoccupato, rientrai a Milano e li nascosi in un cassetto del mio ufficio, in attesa di capire come regolarizzarli”. Ma il destino ci mette lo zampone, e un ladro, provvidenzialmente entrato in sede e pronto a perquisire solo gli uffici di Patelli, se ne porta via 150 (gli altri vengono regolarmente spesi dal Carroccio). “Perdonami, Umberto, sono stato un pirla!”, esclama il povero Patelli davanti alla platea, che alla fine applaude con convinzione il reprobo come in uno Stranamore ante-litteram.

bossi10 Bossi, Montedison e quella tangente di cui nessuno sapeva nullaMARTIRI E CORROTTI – Poi però, qualche giorno dopo, tocca a Bossi presentarsi davanti a Di Pietro: “Non so, forse, non ricordo”, esordisce il Senatùr quando gli chiedono dei suoi rapporti con il gruppo Ferruzzi. Poi l’Umberto ammette un paio di incontri con Carlo Sama, ma nega di sapere dei soldi dati a Patelli. Con i giornali è ancora più baldanzoso, e a voce roca e minacciosa, ripete: “Chiedevamo lavoro, noi. Questi ci vogliono incastrare con una legge ipocrita. Comunque, sia chiaro, la Lega non ha mai chiesto soldi“. L’ agenzia Agi pubblica un’indiscrezione: secondo i giudici fu proprio Bossi a chiedere i soldi. E il “senatur” risponde duramente: “Chiederemo dieci miliardi di danni, come a tutti quelli che si azzarderanno a scrivere una simile balla. “Certo, me lo hanno chiesto in tanti, anche in questi giorni a Ponte di Legno: vi vogliono incastrare? Io non so che cosa rispondere esattamente. Comunque, se qualcuno pensa di averci procurato un danno di immagine, ha sbagliato i suoi calcoli“. Se non che, il diavolo – sotto forma di Gianfranco Miglio, un tempo ideologo leghista poi entrato in rotta di collisione con il Senatùr, e al quale oggi, da morto, la Lega dedica statue nei comuni con giunte monocolori leghiste – ci mette la coda: “Patelli è stato un martire che si è dovuto prendere la colpa per coprire Bossi. Umberto mi disse: ‘Ho stabilito buoni rapporti con il gruppo Ferruzzi, ci aiuteranno’. Intendeva dire che aveva avuto dei segnali per cui il gruppo Ferruzzi avrebbe versato denaro alla Lega”, dice senza scomporsi ai giudici. E così il capo della Lega non riesce a evitarsi la condanna a otto mesi, poi confermata fino alla Cassazione.

QUEL SEGRETO TRA DI NOI – Patelli, invece, rimane in carica come segretario amministrativo fino ad agosto. E qualche tempo fa, in un’intervista, rievoca i brutti momenti dell’inchiesta di Di Pietro, ma soprattutto le stranezze del furto subito nella sede della Lega nel frattempo: “Bossi è a un comizio a Cremona. A tarda notte rientra in sede la Pivetti e trova tutto sottosopra. Chiama Bossi, che dopo pochi minuti, stranamente, è già lì. I ladri avevano cercato il denaro solo nei tre punti precisi dei miei tre uffici in cui sarebbe potuto essere…”. E dice ancora Patelli che la soffiata a Di Pietro sulla tangente di Montedison proveniva da area leghista, ovvero da qualcuno che aveva interesse a fare fuori Bossi tramite lui. Ma soprattutto, nell’intervista rilasciata ad Alessandro Dell’Orto per Libero, dice qualcosa di molto significativo: In quanti sapevate di quella somma? “In due”. Lei e Bossi? “Non glielo posso dire. Lo deduca lei”. Chissà che cosa c’è da dedurre…

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