31/05/11

PROMEMORIA PER NUOVI SINDACI

Con poche risorse e bisogni crescenti, l'efficienza nell'utilizzo delle risorse pubbliche diventa la vera questione morale. Il rispetto del denaro dei contribuenti e la sua assoluta focalizzazione sui bisogni veri della gente sarebbero un grande punto di partenza per scoprire se i nuovi sindaci sono veramente tali. Mentre ci si lamenta dei pochi soldi nelle casse comunali, tante imprese dei comuni fanno cose lontanissime dai bisogni che gli enti locali sono chiamati a soddisfare. E se partissimo facendo un po' di pulizia?

Bel mestiere quello del sindaco, ma anche un gran bella sfida per una serie di problemi. Dal taglio dei trasferimenti dal centro, alla autonomia fiscale ancora allo stato embrionale, alla crescita della domanda di servizi che proviene sia dagli immigrati, sia da una crisi che non se ne va. Poche risorse, tante richieste, tante aspettative soprattutto sui neo eletti. Si rischia una tempesta perfetta, e l’unico fattore veramente a loro favore è il tempo che i neo eletti hanno davanti a sé.

Mai come in questo periodo servono fantasia e rigore nella gestione delle risorse. Serve coraggio nel definire le aree di intervento e nell’abbandono delle aree non strategiche. Non è facile delimitare ciò che i comuni devono fare; forse è più facile cominciare a chiarire quello che non devono fare.

AZIONISTA PUBBLICO, MISSIONE DUBBIA

Uno dei temi chiave è la decisione rispetto alle numerose imprese pubbliche nelle quali comuni hanno partecipazioni (normalmente di controllo). Qualche volta con una mission pubblica chiara, ma altre volte per eredità di un passato che si deve avere il coraggio di mettere in discussione. Ricordando che tutto ha un costo, quanto meno un costo opportunità.
Il caso più ovvio è quello delle imprese in perdita, che tra le partecipate degli enti locali sono parecchie centinaia. Ad esempio, il comune di Milano da anni deve ripianare le perdite di Sogemi, che gestisce il mercato annonario, attività che in tante città viene demandata ad altri: per quali ragioni nel XXI secolo dovrebbe essere il comune a organizzare gli scambi tra privati in un mercato maturo? Si noti che tenere in piedi un’impresa che perde quasi tre milioni all’anno significa bruciare le risorse che potrebbero consentire di dare un asilo nido a qualche centinaio di bambini, le cui famiglie magari oggi devono ricorrere ai nonni o al privato. Sul sito del comune di Milano si dice che l’anno prossimo queste famiglie che si dovranno arrangiare saranno “solo” 899; se non si dovesse tenere in piedi un’impresa come quella, una gran parte di quei bambini sarebbero assistiti…
Ma anche tenere un’impresa che produce utile blocca comunque risorse ingenti. Si pensi semplicemente – giusto per rimanere a Milano, ma ragionamenti analoghi si possono fare altrove – alle azioni della Sea, società di gestione degli aeroporti milanesi. Un comune è il miglior gestore di queste imprese? A giudicare dalle passate e recenti disavventure di Malpensa lo si dubiterebbe. E si noti che la maggior parte degli aeroporti europei ha gestioni private, senza che questo crei problemi particolari: sicuramente non c’è bisogno di un contributo del comune per dare servizi aeroportuali a una città come Milano. E giustamente (anche se maldestramente) la passata amministrazione ha cercato di cedere quote di questa impresa per finanziare linee del metro di cui la città aveva sicuramente necessità.
Anche quando un’impresa è in utile, ci si deve comunque chiedere se abbia senso tenerla in mano pubblica. Ad esempio, le grandi utility energetiche (Milano, Roma e Torino) hanno svolto una funzione pubblica in un lontano passato, dando energia elettrica e gas alle città in una fase in cui gli investitori privati latitavano. Ma oggi? Quale è la ragione per tenere in mano pubblica imprese del genere? Le tariffe per i clienti finali sono fissate dall’Autorità per l’energia, le reti sono consolidate e i nuovi investimenti sono normalmente effettuati sulla base di incentivi economici fissati dalla stessa Autorità. Nella maggior parte dei casi, l’unica considerazione rilevante a riguardo è quella finanziaria. Conviene tenere un asset che rende ogni anno dividendi significativi, o è meglio monetizzare per effettuare altri investimenti? Una risposta “sempre giusta” non esiste, ma una risposta razionale dovrebbe analizzare i bisogni e i flussi finanziari dei comuni.

QUEL VIZIETTO DI CONTROLLARE TUTTO

Ci piacerebbe vedere i comuni ragionare in questi termini. E invece resta forte da parte loro la tentazione di tenere queste imprese per diventare dei soggetti di politica industriale, di indirizzare gli investimenti che comunque i privati effettuano (che so? Nel settore delle rinnovabili, come se i ricchi incentivi pubblici non riuscissero ad attirare denaro privato). Il problema è che al politico “medio” il controllo piace intrinsecamente. Piace poter controllare le assunzioni e la scelta dei fornitori. Piace poter incidere anche su quei processi, sui quali enti locali e regionali non hanno specifiche competenze. Il caso della Regione Sardegna, che da anni brucia decine di milioni di euro l’anno per mantenere meno di duemila posti di lavoro in imprese estrattive e industriali è eclatante. Soddisfare questa tentazione ha un costo per la collettività: quello che non si può fare perché le risorse del comune sono impegnate a fare altro.
La gestione del personale dell’Atac a Roma, recentemente e tristemente balzata agli onori della cronaca, o le vicende del sindaco di Palermo, che a quanto pare si faceva custodire la barca dal dipendente di una impresa pubblica locale, fanno venire voglia di reclamare la privatizzazione come risposta al malcostume. Non credo che privatizzare sempre e comunque sia sensato; la stessa dieta potrebbe non funzionare per tutti. Ma occorre una serena riflessione, aperta e senza pregiudizi sui confini opportuni tra pubblico e privato. Senza disperdere risorse, senza ideologie e preconcetti, per fare meglio quello che il comune deve fare.

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