17/08/11

Il Senato vuoto e quel segnale che non arriva.


Per Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, sono «francamente ingiustificate» le polemiche sulla presenza di soli 11 senatori su 315 durante l’assegnazione del testo della manovra-bis alle commissioni competenti, al Senato. La seduta «era solo un adempimento formale», ragiona Gasparri, e non sarebbero stati previsti né un dibattito né votazioni nemmeno se fossero stati presenti «3 mila senatori». Solo un passaggio tecnico, dunque, che come tale non abbisognava di un’Aula stracolma per essere portato a termine.

Non c’è da dubitarne. Come non c’è da dubitare della sorpresa di Gasparri e colleghi. Evidentemente, ogni estate deve essere lo stesso. Meglio ancora: a ogni «adempimento formale» deve essere lo stesso. Gasparri, con il consueto candore, lo ammette – seppure indirettamente: «C’è semmai da chiedersi se non si debbano cambiare le regole». Insomma, stai a vedere che i fessi sono quelli che invece di starsene coi piedi a mollo hanno indossato l’abito buono e varcato la soglia di palazzo Madama. Ovvero il sottosegretario pidiellino Alberto Giorgetti, quattro temerari colleghi di partito, due senatori Idv e tre del Pd. Quattro, se si conta Vannino Chiti, che ha dovuto presiedere la breve seduta, 13 minuti in tutto, a cui Renato Schifani non ha ritenuto fosse il caso di partecipare – sollevando un vespaio di ulteriori polemiche.

Diciamo pure che allo stupore di Gasparri non si associa il nostro. Perché questa classe dirigente ci ha abituato alla delusione. E non è questione di «Casta» o assenteismo: più semplicemente, di rispetto delle istituzioni. Anche di quelle meramente «formali», «tecniche». E’ una prova di uguaglianza e umiltà: se l’impiegato, l’operaio, il precario devono tenere fede a una serie infinita di insensatezze e lungaggini burocratiche («formali», direbbe Gasparri) perché il senatore può al contrario rispondere con sufficienza, colto in fallo, che «semmai vanno cambiate le regole»?

Ancora più semplicemente, sarebbe bastato l’acume, o la mancanza di disinteresse, necessario a formulare il pensiero che, con una manovra da quasi 50 miliardi di tasse e tagli che colpisce l’intero corpo sociale, mesi di polemiche sui privilegi della politica e un quadro economico-politico di enorme incertezza, l’immagine del Senato vuoto avrebbe fatto il giro di giornali e telegiornali. E avrebbe alimentato rabbia, tensioni e malcontento.

Per questo Schifani avrebbe dovuto essere al suo posto, così come il maggior numero possibile di senatori: per dare un segnale gratuito, magari perfino innecessario del fatto che le cose stanno davvero cambiando. Invece il passato, quello che ci ha portato a questo punto, continua a ripetersi. Con la stessa arroganza di sempre: chi critica fa polemiche «becere» (Lucio Malan, Pdl), «sciocche» e «ipocrite» (Anna Finocchiaro, Pd). Così la richiesta di un eccesso di virtù in un momento di straordinaria difficoltà diventa populismo, demagogia, antipolitica. E’ anche e soprattutto per questo che la barca, per quanto dolorosamente si tappino le falle, continua ad affondare.

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