28/10/11

Ridotti a chiedere la carità alla Cina

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 La storia del fondo europeo salva stati con mille miliardi a disposizione, che sta esaltando i mercati, è un triste déjà vu. Il mondo ha già dato, con questi sofisticati esperimenti di ingegneria finanziaria. Quello che stiamo facendo è declamare a gran voce i riti e le formule magiche che l’apprendista stregone ha già utilizzato per scatenare la danza delle scope in America: Cdo e Cds.

 I Cdo (Collateralized debt obligation) erano bond il cui valore era garantito dai mutui delle famiglie. Prestiti basati su milioni di altri prestiti. I Cds (Credit default swap) erano garanzie, assicurazioni pagate dalle banche nel caso in cui i bond fossero diventati carta straccia. Cosa fa il fondo europeo? Chiede ai privati e ai fondi sovrani di investire l’80% del capitale necessario all’Efsf (European Financial Stability Facility) nel debito italiano e spagnolo, con la possibilità di vendere bond legati alla nostra capacità di evitare l’insolvenza. In pratica: obbligazioni su debiti collaterali. Quelli collaterali siamo noi. Solo il restante 20% viene messo dal fondo europeo stesso. Se andiamo in default, il castello di carte crolla. Il primo a rimetterci è l’Efsf, perché gli investitori privati sono assicurati al 20-25%. Ed ecco apparire anche i Credit default swap, le famose garanzie che incentivano gli investitori a rischiare. In America, quando il meccanismo è saltato, sono state pagate da Obama. Ma da noi chi le pagherebbe? Non certo i singoli stati. Forse solo la BCE, che però al momento non è autorizzata a farlo. E in ogni caso, a quale prezzo?

 Per mettere insieme quel famoso 80% del fondo europeo la famosa e rinomata Europa, il vecchio continente (ormai di nome e di fatto), sta facendo opera di accattonaggio. Dove si poteva andare a bussare, se non in Cina? Ieri Nicolas Sarkozy, ormai indiscusso premier ombra della comunità europea - con Berlusconi portaborse – ha fatto una telefonatina a Hu Jintao. Oggi il capo dell’Efsf Klaus Regling lo va a trovare di persona. Andiamo a elemosinare qualche spicciolo dei loro 3.200 miliardi di dollari di riserve. L’equivalente in oro degli sconfinati giacimenti petroliferi iracheni e iraniani. Ma quelli mica son fessi. Prima di investire un centinaio di miliardi, come ipotizza il Financial Times, vogliono esaminare i piani salva stati. Ve lo vedete Hu Jintao con la letterina di intenti di Berlusconi in mano, intento a bersi la favoletta del 1994, quella che comincia con “l’ammodernamento della funzione pubblica”? Scordiamoci i loro soldi. Anche perché significherebbe cedere una quota significativa di controllo politico sui nostri affari a gente che, come Jin Liqun, presidente del fondo sovrano cinese, ci manda a dire queste esatte parole: “L’Eurozona è una di alcune entità politiche ed economiche che si aspettano la carità dalla Cina e dai mercati emergenti. Noi vi rispettiamo, per favore rispettate voi stessi”. 

 Siamo gli accattoni della metropoli globale. Dormiamo sulle panchine della stazione di Pechino. Da oggi, la nostra sovranità nazionale è di fatto un ricordo lontano: Roma batte bandiera finlandese. Sì, perché Herman Van Roumpy, il presidente dell’Eurogruppo che ha ricevuto la letterina di Natale italiana, si fida talmente poco che ha deciso di metterci alle calcagna Olli Rehn, il commissario per gli Affari Economici (finlandese, appunto) che dovrà monitorarci da vicino. Il quale, conoscendo i suoi polli (noi), esordisce così: “Non potremo più tollerare che le regole non vengano applicate da qualcuno”. Chissà a chi si riferiva con quel “qualcuno”. Qualche idea? Di sicuro c’è che il nostro “esecutivo” non deve avere fama di “eseguire” poi con tanta puntualità e precisione. Del resto sono il “governo del fare”, e non “dell’eseguire”. E si sa che, tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare. Sì: il Mar Baltico.

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