13/12/11

Non ‘vu cumprà’, ma vittime.

Lo si è detto tante volte: il razzismo si nutre di quotidianità. Di gesti, parole, automatismi che si ripetono giorno dopo giorno. Presi singolarmente, sembrano insignificanti. Ma, tutti insieme, non lo sono. Perché assecondano i pregiudizi. E mantengono uno status quo in cui il diverso è sempre peggiore. Anche quando è vittima, a quanto si legge totalmente innocente, della volontà omicida degli ‘uguali’.

Ecco perché trovo sia niente meno che ‘razzista’ la decisione del sito di Libero di chiamare i due senegalesi uccisi a Firenzevu cumprà‘. Non perché, naturalmente, intenda in alcun modo giustificare un duplice assassinio. Ma perché perpetua quel senso di differenza (nessuno si sognerebbe di scrivere un termine così fortemente dispregiativo nel caso della morte di venditori ambulanti italiani – ammesso che un simile termine esista) che in certi casi si traduce in convinzione di superiorità. E in alcuni, estremi, in violenza. Non giustificata, ovviamente, ma tutto sommato rituale, quasi ordinaria o liberatoria. Come a Torino, solo qualche giorno prima. O, passando al piano verbale, come nella retorica leghista che ha avvelenato le coscienze degli italiani negli ultimi 20 anni. Nel caso in esame, poi, c’è l’aggravante: parlare in senso dispregiativo, razzista, di vittime di razzismo.

La redazione torinese de La Stampa, con una decisione che ha fatto discutere, dopo un titolo errato ha pensato di chiedere scusa. Chissà se a Libero qualcuno deciderà – a mio avviso opportunamente – di fare altrettanto. Perché le vittime, prima che senegalesi o ‘vu cumprà, sono vittime. E quei due senegalesi meritano rispetto, non di essere trattati – come ha scritto l’amico Ivan Carozzi su Facebook – come «macchiette anche da morti».

di Fabio Chiusi

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